sabato 31 maggio 2014

Racconto di famiglia



Mia nonna è una donna speciale e piena di difetti, come tutte le vere donne, incredibilmente moderna nonostante il fatto che la sua data di nascita risalga a quasi un secolo fa.

La vita che conduceva con mio nonno era semplice e modesta, avevano un legame della tempra più solida, costruito sull'amore e sul rispetto, una di quelle coppie follemente innamorate che erano rare persino allora, ai tempi in cui si conobbero alla Fiera del Ponte di Poggio Mirteto.

Tre figlie femmine, una nidiata di nipoti e pronipoti. Tutti accolti con gioia e serenità, nonostante i sacrifici. Nonostante la guerra avesse scavato le sue cicatrici.

Da quanto mi ricordo tutti noi nipoti abbiamo sempre trovato un rifugio in casa sua, una parola gentile, un abbraccio affettuoso e profumato, e tanto tantissimo buon cibo scelto con la cura che solo un vero contadino può avere. Le giornate passate da lei coi miei cugini. Appena arrivati al mattino uscire di casa per la spesa e tornare con la pizza calda di forno, fragrante, pomodoro, alici e mozzarella, tagliata in piccoli triangoli dalle mani premurose della nonna.

Giocare liberi nell'orto sotto casa, pronti a cogliere la novità del giorno: i pulcini appena arrivati; le albicocche da raccogliere ancora calde di sole; le nocchie da schiacciare sotto i sassi; la grotta fresca in cui nascondersi; i mille attrezzi del nonno e gli scarti dei suoi lavori con cui inventare nuovi giochi; scoprire il tepore intimo che emana una gallina mentre cova il suo uovo e tuffare la mano nel sacco delle granaglie; il sapore strano dell'acqua bevuta dal tubo di gomma e quello dolce delle fragole color rosa pallido che non esistono più.

Gli occhi sgranati di mio fratello sul balcone: guarda delle piccole piante verdi, tutte in fila nei loro vasetti, accanto al finocchio selvatico messo a seccare, passa la mano sulle foglie, annusa, riconosce la pianta e dice a mia nonna: «Pensa quanto pane e pomodoro potremo farci!»

I ricordi non smettono di tornare in mente, come un fiume in piena: mio nonno in ospedale per la riabilitazione dopo l'ictus, mia nonna in un altro ospedale si è appena fratturata una gamba. Probabilmente non avevano mai passato una notte lontani da moltissimi anni. Lui al telefono con lei: «Come stai amore mio? Ho tanta voglia di abbracciarti. Quando ti rivedo voglio una corda per legarci insieme stretti stretti e non lasciarci mai più. Ti mando un bacio ma le labbra non mi scrocchiano, sono troppo secche che ho la febbre.» Intorno ai due letti, nei due ospedali, gli occhi lucidi di figli e nipoti.

E poi la sua vita che conosco dai racconti, pur non avendola vissuta al suo fianco. Mia nonna è nata da una stirpe di inventori e poeti che per vivere facevano i contadini, non erano ricchi e non possedevano la terra che lavoravano, le donne di famiglia dovevano essere delle dure dato che la mattina del parto sua madre era arrampicata su un albero a fare erba per i conigli e lei non era da meno, a nove anni fu trapiantata presso una zia in campagna per badare ai bambini, lì prese i pidocchi, corse in giro per il podere a cavallo o in bici, si fece donna.

Proviene da un'epoca in cui dire ad una donna «ti trovo ingrassata» è un complimento, perché significa che non patisci la fame e non sei malata.

Della sua generazione ha preso il senso pratico e il timore religioso. È sempre stata una cuoca straordinaria e non dimenticherò mai il giorno in cui mi disse: «A volte mi chiedo se tutto questo amore che provo nel cucinare non sia peccato», si preoccupava della sua anima.

Eppure con noi era molto indulgente: le ore passate al telefono da Parigi con lei, la sua voce emozionata quando scopriva che a chiamarla ero proprio io, così lontana; i consigli dati ad ogni nipote per gli affari di cuore e i dispiaceri quotidiani; il suo modo di capire i problemi moderni e antichi di tutti noi.

Una donna che è parte della mia solidità, che spero di aver il privilegio di avere al mio fianco, in salute, per ancora molto tempo.

lunedì 21 aprile 2014

Esorcizzare

Esorcizzare. Ovvero: come ho deciso di tornare nella città della catastrofe per tentare di riscrivere le note a margine del posto in questione.

Per chi non lo sapesse la mia personalissima città della catastrofe è Parigi: la meta degli innamorati, la capitale del romanticismo, la sede delle borse erasmus per matematici e informatici di Tor Vergata. Ma andiamo per ordine.

Parigi

Qualche anno fa, in triennale, feci domanda per la borsa e fu talmente facile che senza rendermene conto avevo già un appartamento mostruosamente grande per gli standard locali ad un prezzo più che dignitoso sulla stessa linea di metro della facoltà; un conto corrente in cui la banca francese aveva generosamente versato 80 euro di benvenuto; l'orario delle lezioni da frequentare e un'enorme città da scoprire che mi strizzava l'occhio da dietro i vetri della cucina.

Ero la ragazza che girava coi pattini a rotelle e non saltava le lezioni; il lunedì ascoltavo il Jazz Manouche al Piano Vache, col barista che inveiva contro chi parlava durante l'esibizione; ho mangiato con gusto l'escalope de veau montagnarde di Chez Gladines e il confit de canard del Cafè de l'Industrie; ho ballato musica gitana insieme alla mia coinquilina su un battello lungo la Senna; ho marciato per ore felice alla Techno Parade sorpresa dalla miriade di colori ed espressioni della folla pulsante; ho fatto judo imparando a parlare il Verlan dagli altri atleti della facoltà; ho pedalato in minigonna jeans al ritorno da una festa mentre cadeva la prima neve dell'anno; ho eletto a luoghi speciali una gran quantità di angoli del suolo parigino e sono ancora tutti lì nel mio cuore, lo giuro.

L'esperienza che ho avuto è stata decisamente di quelle che ti cambiano la vita. Ma non in modo riduttivo, uno di quei percorsi che ti ribaltano il cervello come un calzino e che mescolano le carte a tal punto che ci metti quasi due anni a riprenderti.

Vivere a Parigi è stato incredibile, mi ha dato la sicurezza che mi serviva per piacere a me stessa, con la mia faccia e il mio corpo, una parte di quella scintilla che mi contraddistingue la devo alla grande città grigia.

La quiescenza

Il dopo è un'altra storia però: al ritorno il mio conto in banca era vuoto; la mia media universitaria era colata a picco, nonostante i 27 onestissimi crediti conseguiti; avevo chiuso una storia di due anni nel modo peggiore possibile, senza possibilità d'appello e mi trovavo nella mia casa di sempre, coi miei genitori, a cercare di recuperare un qualche equilibrio di convivenza.

Se devo dare un nome a quel lasso di tempo lo chiamerei quiescenza, ma solo perché depressione suona male e viene spesso frainteso con qualcosa di diverso. Per due anni sono stata totalmente incapace di verbalizzare esami universitari, ho sentito il senso di fallimento incombere ogni giorno su di me senza riuscire a reagire, mi sono sentita persa, inutile e insofferente, con una grande voglia di indipendenza non corrisposta dalle mie possibilità economiche.

Ma dato che questa non è la storia di una post-adolescente suicida, dato che questa è la mia storia: ce l'ho fatta!

Due anni e spicci dopo ho scacciato gran parte dei miei spettri, mi sono nutrita delle loro carcasse e ne conservo un buon ricordo; ho trovato la particolare forma di pazzia che mi calza come un guanto e imparato a diffidare della normalità e della perfezione di una vita che non vorrei più; ho elaborato un lutto per me molto significativo e conquistato un rapporto speciale col mio cane Tim, col quale spero di condividere più tempo possibile e di qualità negli anni a venire; ho lavorato duramente per mettere da parte un po' di soldi e mi sono laureata verbalizzando sei esami nell'ultima sessione utile.

Mi sono innamorata perdutamente di un uomo ed è davvero impossibile spiegare per quanti motivi tutto questo mi renda felice, così incontenibilmente prezioso che a pensarci mi viene da piangere e da chiedermi se me lo merito. Ho iniziato la magistrale e mi piace quello che studio, in qualche misura mi riesce bene e mi lascia spazio di manovra per avere una vita sociale. Ho ricominciato ad andare a cavallo, l'equitazione è la mia stanza senza pensieri in cui la mia mente si rilassa e il mio corpo si fortifica, un posto meraviglioso in cui nutrirsi di sole ed empatia. Ho imparato ad accettare che alcune persone partono e che per fortuna con quelle importanti i rapporti non cambiano nemmeno a distanza. Ho ricominciato ad apprezzare la presenza dei miei genitori nella casa in cui vivo e mi rendo conto di essermi sempre sentita al sicuro, nonostante tutto, per merito loro.

La domanda

Qualche mese fa, mi arriva la consueta e-mail sull'orientamento degli studenti erasmus: ogni anno, durante un primo incontro informativo, l'università chiede a chi ha già partecipato al programma di scambio di mettersi a disposizione per raccontare la propria esperienza e rispondere alle domande di chi vorrebbe partire. In un primo tempo ho risposto distrattamente, perché la riunione coincideva con un esame, ma alla fine, dato che l'esame non era finito troppo tardi, ho deciso di andare.

Inaspettatamente ho scoperto che da quest'anno si può rifare domanda e quasi senza rendermene conto ho vinto la borsa e spedito i documenti a Parigi per partire a settembre; ho letto l'offerta formativa e scelto alcuni corsi, ho già un relatore di tesi nell'università che mi ospita e un ottimo relatore interno qui a Roma.

Ma. Parigi fa ancora paura, col suo carico di ricordi agrodolci. Parigi è una città costosa e piena di burocrazia. Temo di non essere all'altezza degli esami e di perdere del tempo che non posso permettermi. Parigi è sulla lista nera delle città per i cani: potrebbe essere impossibile trovare una casa, i cani non sono ammessi su metro, autobus e in una parte dei parchi pubblici (di locali e musei neanche a parlarne), il viaggio è lungo e faticoso. Sarò sola e almeno all'inizio dovrò capire come funzionano le cose.

Questo è quello che mi passa per la testa in questi giorni e non so se scendere da questo treno sia una buona idea, esattamente come non so se questo viaggio mi porterà a raggiungere i miei obiettivi.

A casa è sicuro. Mi sento tranquilla del lavoro che devo svolgere. Ed è bello avere stabilità. Il percorso a Parigi mi entusiasma, accademicamente ho l'opportunità di crescere molto e iniziare a scrivere una tesi internazionale. Posso esorcizzare le mie paure e trovare la mia strada, anche se partire non è quella più facile, posso costruire nuovi ricordi positivi e tornare fortificata. Non sono la stessa persona di qualche anno fa, sono molto più matura per affrontare questa esperienza.

Il punto è che non ho la certezza che sia la scelta giusta.
E, per ora, la mia domanda resta sospesa.

lunedì 17 marzo 2014

La fiamma

Enchanted Doll by Marina Bychkova (http://www.enchanteddoll.com/)
Al mattino la sveglia impostata sul telefono ha un suono metallico, come di un mal di testa pulsante che non si riesce a mandar via, Chiara si alza ancora intontita e si dirige verso il bagno, apre il getto della doccia e aspetta che l'acqua inizi a scaldarsi.

Il bagno è un piccolo regno conteso tra i coinquilini, ciascuno col suo spazio per lozioni, lamette e prodotti per il corpo; la lotta più ardua è per il posto degli asciugamani, con cinque coinquilini ed un solo bagno si è spesso costretti a stenderli in salotto. L'asciugamano per la doccia di James è l'unico che ha conquistato di diritto il pomello vicino alla porta, nessuno si azzarda a toccarlo dato che da quando è nell'appartamento non è mai stato lavato, al limite gli è stato concesso di asciugare lontano dall'umidità del bagno prima di essere rimesso al suo posto, a quest'ora di mattina l'odore acre che emana dal suo tessuto di spugna blu scaccia via il sonno e provoca un leggero malessere.

Al ritorno nella sua stanza Chiara è completamente sveglia, si siede sul letto e distrattamente lascia scorrere gli occhi sul disordine che la circonda mentre friziona i lunghi capelli scuri, la sua pelle ha una fragranza fresca e fruttata, possiede una speciale luminosità dai riflessi color pesca, il suo corpo è armonioso e la vita è sottile, i piedi ancora scalzi hanno conservato una vaga forma da bambina, una volta asciutti i capelli lievemente ondulati sono lucidi e setosi e il trucco è stato applicato con metodo in maniera impeccabile.

Appena fuori casa l'aria è umida ma l'odore del prato tagliato di fresco la rinfranca, attraversa il parco osservando con tenerezza due cani che giocano a rincorrersi e passa uno sguardo veloce sui prezzi esposti del piccolo supermercato, arrivata all'ingresso della metro aspira l'aria un'ultima volta e imbocca il tornello serbando per qualche istante quell'ultimo respiro, come se quello fosse il vero inizio di giornata.

In facoltà ha la sua scrivania e passa molto tempo anche in laboratorio, l'università è competitiva e ci sono giorni in cui si sente scoraggiata dall'ambiente ostile, dai colleghi dalla cordialità studiata ad ottenere il suo aiuto, la sua competenza o i suoi risultati, gli stessi che si tramutano in estranei quando è in cerca di collaborazione; l'attesa per l'articolo inviato è snervante e le colleghe che hanno già ottenuto un risultato non esitano a pavoneggiarsi. Per fortuna non è sempre così, l'eccellenza di un'università prestigiosa porta con sé molte persone appassionate e sinceramente dedite a quello che fanno, gente che è riuscita a comprendere che la chiave della ricerca è nella condivisione, che spesso diventano amicizie con cui si ha in comune ben più del lavoro.

Ci si ritrova spesso in sala mensa a chiacchierare e confrontare le idee delle migliori menti, persone così brillanti tutte in un posto, certi giorni possono metterti addosso una tale soggezione tanto che si dubita della qualità della propria intelligenza, certi altri invece in cui si riesce ad avere la giusta prospettiva Chiara si sente al suo posto e si rende conto di quanto il suo lavoro l'abbia portata lontano.

Fuori dal vecchio edificio, mantenuto in maniera impeccabile, pulsa il cuore di una città dai mille volti, un'opportunità con un'ombra di paura. Chiara ricorda ancora di una gita in collina prima di partire per questa avventura nella grande città, i suoi timori espressi all'amica misti all'emozione di partire, la voglia e l'ansia di strappare la proprie radici per affondarle in una terra nuova.

Mentre cammina per la strada percepisce sulla pelle il contatto con la collanina, la sensazione del metallo del pendente è rassicurante: una pietra iridescente acquistata dai suoi genitori per la quale ha disegnato lei stessa il motivo che la incastona. Agli estranei che incontrano i suoi passi appare un viso di una bellezza particolare, delicata e spontanea; i suoi occhi hanno una forma adatta per i sorrisi, che non mancano mai, spesso quando parla in modo vivace sprigionano una luminosità tutta speciale e l'interlocutore resta a guardarla rapito, ma mai intimorito dalla sua bellezza genuina.

A casa l'aspetta il suo compagno, capelli chiari e broncio accattivante, la bacia e le cinge la vita in modo giocoso chiedendole della sua giornata, non smette di stupirsi della consistenza di quella pelle così perfetta che ti vien voglia di darle un morso e fissa i suoi occhi blu in quelli stanchi ma ancora ridenti di lei; in quella piccola isola di sicurezza si alimenta una fiamma, si costruisce un piccolo mondo al quale tornare per leccarsi le ferite dopo una dura giornata, ma anche per gioire insieme delle vittorie, si condividono cibo e lenzuola, respiri e lacrime, calore e sensazioni, tutto sospeso nell'aria della stanza con vista sul parco.

lunedì 10 febbraio 2014

La bambola

Enchanted Doll by Marina Bychkova (http://www.enchanteddoll.com/)
Nel tardo pomeriggio lo specchio del bagno sembra cattivo, restituisce un riflesso strano dalla superficie appannata per la doccia bollente, un viso rotondo dagli zigomi alti e un corpo diafano; i capelli sono raccolti nell'asciugamano e l'accappatoio di spugna ha un odore di bucato un po' dolciastro. Nella stanza accanto il coinquilino s'è messo a suonare la chitarra, un pezzo nuovo forse, se almeno si cambiasse i calzini non sarebbe tanto male; i suoni dell'appartamento vengono presto offuscati dal rumore dell'asciugacapelli, usato con premura per lasciare che i boccoli non si stropiccino mentre i pensieri volano.

Spesso da bambina le dicevano che sembrava una bambola di porcellana, tanto era bella, se entrava in una stanza tutti gli occhi erano per lei, per i suoi occhi turchesi e i suoi boccoli, per il suo broncio volitivo sulle labbra perfette, per la pelle chiara e delicata, per le mani affusolate dalle rotonde unghie rosate; ogni parente, conoscente, estraneo lasciava il suo complimento, la sua riflessione su questa bellezza particolare e accattivante.
Solo che le bambine crescono e spesso in fretta, si ritrovano a ricevere le attenzioni dell'altro sesso, che non si limita a parlare ma apre un mondo di emozioni e sensazioni, quasi tutte positive e insieme a queste sensazioni si forma una personalità nuova; ogni giorno nello specchio, si cerca un'immagine che ci appartenga, che ci somigli almeno un po'. Una bambina così bella diventa una donna insicura, quasi mai l'hanno lodata per la sua furbizia o per una frase brillante, anche se la sua testa funziona molto meglio della media, lei è quella graziosa ed è difficile deludere le aspettative della gente; se le spunta un brufolo o si sente scombussolata dal suo corpo che cambia sente la tragedia incombere, perché le bambole non hanno imperfezioni.
Così nasce il suo rituale allo specchio, amico e nemico, alleato e giudice, di tante giornate passate ad osservarsi, a sentirsi inadeguata, nonostante l'invidia delle coetanee ancora acerbe e desiderose delle stesse attenzioni.

Dopo due ore passate a prepararsi, un altro specchio, quello dell'armadio a muro, sembra essere un tantino più indulgente: due occhi turchesi dalle ciglia scure lo osservano, matita e mascara ne sottolineano la bellezza, ha delle sopracciglia da principessa delle fiabe e un'aria vagamente altera, labbra rosse e ben proporzionate, lineamenti tra il nordico e il balcanico, ai lobi pendono piccoli orecchini smaltati e ha tre anelli di una foggia simile che manipola spesso durante la giornata. Per la serata ha scelto un maglione ampio, di un colore blu acceso che arriva fino alle ginocchia, prima di uscire lancia un ultimo sguardo allo specchio dell'ingresso, per assicurarsi che quell'aspetto così studiato sia rimasto tale, poi si lancia nella notte.

I locali notturni che servono la fascia d'età tra i venti e i trent'anni si somigliano tutti: il bancone è in fondo e sulla parete dietro ad esso sono scritte le birre e gli altri prodotti, di solito col gesso, non sempre col prezzo, in modo che quando si ordina qualcosa basta sbirciare oltre la spalla del barista e pronunciare la propria personale formula magica; la birra viene servita in bicchieri di vetro allungati, ha una fragranza unica e un sapore pieno, di cereali tostati e sole; la luce che si spande ha i toni del giallo, anche se non illumina granché crea un'atmosfera piacevole rispetto alla nebbia che si spande fuori.

Il ragazzo che le siede di fronte sorride e parla di sé, di lei, ogni tanto tira fuori un complimento, sembra affascinato dal magnetismo dei suoi occhi turchesi e dal suo portamento da regina; oltre il suo aspetto c'è un'indole incredibilmente complessa, una forza interiore perennemente in lotta con le proprie fragilità, un istinto di perfezionismo quasi tossico, un'intelligenza pura e vera che nei momenti difficili è stata cruciale per sopravvivere, per restare a galla nonostante tutto; ma questo il tipo non lo sa, vede la bella ragazza, parla e sorride, anche se percepisce un qualcosa che lo intimorisce.
Vittoria non è mai aggressiva, ma nella conversazione ha sempre posizioni solide e ben giustificate, rivela una coscienza sociale e parla con disinvoltura di religione, sesso e femminismo; lui è stupito, si chiede se riuscirà a gestire le cose e magari anche a godere di quella bellezza antica.

Dal tavolo vicino, una ragazza dagli occhi scuri e un casco di fitti ricci esplode in una risata, la luce balena un attimo sui lineamenti olivastri e attira l'attenzione del suo gruppo e anche del ragazzo; Vittoria, come divertita registra la sua reazione, ora che lo osserva senza essere vista si chiede come possa apparire nudo, cerca di collegare i suoi gesti e il suo modo di fare ad altrettante carezze, morsi, attenzioni da ricevere, ha i capelli un po' lunghi e la barba incolta, si direbbe quasi un uomo se non fosse per i vestiti e quella vaga nota incerta nella voce.

Poi d'un tratto si gira, lancia un sorriso storto e manda giù l'ultimo sorso di birra «Ne vuoi un'altra?» chiede, e lei: «Sono a posto, anzi, magari se vuoi andiamo». Escono dal locale e ritrovano l'aria tagliente della città ad aspettarli, lei rabbrividisce e lui allunga un braccio a cingerle la vita, fanno qualche passo in direzione del notturno, lui le lancia uno sguardo, lei risponde col suo, serio e diretto. I passi rallentano fino a fermarsi, la mano di lui accarezza il suo viso e finisce tra i suoi capelli, si stringono in un bacio che brucia le labbra in quell'aria così fredda, un bacio che ha il retrogusto amaro della birra, mescola gli odori e confonde le menti.
Sull'autobus quasi deserto non smettono di guardarsi senza dire una parola, il braccio di lui appoggiato sopra lo schienale, il pollice a sfiorarle la tempia, la attira a sé e la bacia ancora, mordendole il labbro inferiore e poi il collo, solletica col naso il suo orecchio provocandole una reazione improvvisa. D'un tratto afferra il suo polso e la trascina giù dall'autobus, per un pelo.

L'appartamento è modesto e i mobili sono disuguali, il pavimento è di legno grezzo, fatto di listelli scuri levigati dall'uso su cui è piacevole andare scalzi, in giro ci sono libri e spartiti alla rinfusa e nell'aria c'è un odore speziato misto a quello dei loro corpi così vicini. Appena entrati indugiano ancora occhi negli occhi, le mani esplorano sotto i vestiti invernali che docili cadono a terra, i loro movimenti non sono fluidi, non hanno l'armonia di chi si conosce eppure si cercano e si accordano ad ogni istante. Nella testa di lei mille immagini del suo corpo in varie angolazioni, lo spettro della perfezione dietro la sua spontanea passionalità dura un attimo, in lui l'urgenza del desiderio rende i baci scomposti e umidi, Vittoria porta una mano dietro la nuca di lui affondando le dita nei capelli, fissa lo sguardo nei suoi occhi scuri e si perde nel presente.

Dopo l'amore restano distesi, come due estranei dopo un naufragio sullo stesso lembo di terra, esausti per i baci, i gemiti e i sussurri, una mano scorre ancora sulla pelle liscia di lei, la testa posata nell'incavo della spalla del tipo che la guarda soddisfatto e dice: «Quanto sei bella!», lei alza gli occhi al cielo in un istante impercettibile ma non gli nega una smorfia di compiacimento, non può certo immaginare quanto questa frase possa dolcemente e inesorabilmente rovinare un'esistenza, nello scorrere del tempo che verrà a portarsela via.
Lascia un bacio leggero impresso sulle labbra del nuovo amante, prende per sé il lenzuolo e con un sorriso s'infila in bagno; alla luce della lampadina che pende dal soffitto cerca sé stessa nello specchio opaco sopra il lavabo, la perfezione è sempre lì, anche se con i capelli in disordine e le labbra arrossate, il getto dell'acqua è freddo e l'asciugamano è ruvido al tatto, ma queste sensazioni la rendono più viva dopo il languore del sesso.

Tornata nella stanza spegne la luce e s'infila di nuovo nel letto ritrovando quell'odore particolare della pelle di lui che insieme ai denti bianchi e regolari l'aveva indotta ad accettare l'invito di quella sera, un profumo persistente di cuoio e pepe macinato, troppo strano per non essere notato, uno di quelli che arrivano dritti al cervello, che ti stordisce se riesci a non odiarlo; lo aspira portando il naso sul suo collo e di nuovo si stende accanto a quel corpo forte, impercettibilmente più caldo del suo, che rabbrividisce al contatto con la sua pelle. Nella penombra creata dalle luci della strada le lingue si sciolgono e parlano ancora e ancora, per tutta la notte, lasciando da parte quanto lei sia incredibilmente bella.

sabato 1 febbraio 2014

Il rosario

L'aria è così tersa a quest'ora e la luce che inizia a diffondersi non maschera le buche delle piogge sull'asfalto, l'umidità del mattino s'insinua sotto il cappotto e fa cigolare la stampella, il passo è quello spedito della massaia di altri tempi, molto da sbrigare e tanti pensieri tutti rivolti al nido. Solo che il nido è vuoto e il lutto è recente.

Le signore che come lei hanno tante primavere e d'improvviso perdono il marito nemmeno se lo ricordano che vuol dire tornare in una casa vuota, vivere in un posto senza nessuno nella stanza accanto, nel letto accanto, accanto nel letto. Di solito si risolvono a tirare avanti con serenità, a volte più a volte meno, portando sempre un lutto dignitoso.
Lei non è da meno, anche se si culla spesso nel ricordo di quel profondo amore simbiotico che la univa all'uomo che non c'è più; ed è così bella, elegantemente e maestosamente anziana, quando al mattino si lava e indossa sulle forme rotonde la sottoveste di seta avorio, ha una pelle da bambina e profuma sempre di quella meravigliosa crema rosa.

Come ogni mattina la meta è la chiesa in cima al paese, ma si fa sempre più fatica ad arrivarci: le gambe che un tempo correvano, andavano libere in bici e a cavallo non collaborano in modo perfetto, ma la testa è la stessa e quindi si arriva piuttosto in fretta e le donne più giovani non tengono il passo nell'accompagnarla.
La messa dei giorni feriali è intima, spirituale, semplice e antica; le anime del paese si raccolgono per dire il rosario con voci cantilenanti e alla fine si sciolgono dal lungo abbraccio della chiesa spoglia e tornano alle loro case.

Nel tragitto del ritorno le vedove si scambiano qualche confidenza e qualche parola cortese, spesso semplicemente camminano vicine e silenziose.
Oggi c'è Giuliana che è quasi una signorina, il marito l'ha perso molto tempo fa e il viso asciutto ha ancora poche rughe anche se i capelli sono già tutti bianchi; organizza il gruppo di preghiera prima di lasciare le altre per le commissioni della giornata.

Al pomeriggio le donne si vedono in casa di una di loro per riflettere e pensare ai propri cari, meditano e pregano per un figlio che ha perso il lavoro, una nipote che ha un esame difficile all'università, un parente che ha avuto qualche malattia e nell'intimità di questi circoli cercano di blandire una divinità che sin dall'infanzia è sempre sembrata troppo grande e difficile da capire, in questi momenti aprono i loro cuori e condividono gioie e pene. La dimensione familiare di questa preghiera così pura è tenuta in gran conto da tutto il paese e spesso gli abitanti chiedono alle signore del gruppo di intercedere per qualcuno, di pregare per un congiunto o per loro stessi; anche gli atei rispettano il loro benevolo meditare, come se sui destinatari potesse davvero spandersi un'aura protettiva; è così che le anziane ricoprono una funzione sociale insostituibile.

Quando infine si torna a casa, le pantofole sul pavimento lustro sembrano più comode e gli occhi scorrono lievi sulle foto di nipoti e pronipoti sopra al camino, il primo saluto va all'immagine del marito sul tavolo della sala; poi con movimenti metodici lascia il bollitore sul fornello acceso e rigira tra le mani la bustina del tè al bergamotto, taglia una fettina da un limone e la schiaccia sul fondo di un bicchiere insieme ad un paio di cucchiaini di zucchero, appena l'acqua accenna a bollire spegne e mette in infusione. Il citofono suona e alla porta c'è un nipote intirizzito che è passato per un saluto e un abbraccio, non rifiuta una tazza del tè appena fatto; il giovane si confida con la nonna e lei ascolta, capisce, fa domande e consiglia, insieme tuffano biscotti sottili che profumano di miele ripescandoli al volo col cucchiaino prima che il tè li ammorbidisca troppo.

Da fuori, un piccione sul tetto vicino osserva il chiarore che si spande dalla piccola cucina, non può capire la preziosità di quel microcosmo, ma noi sì.

venerdì 17 gennaio 2014

Se prendessi i mezzi pubblici, scriverei più spesso racconti brevi. Forse.

Sono le sei passate e il binario di Termini non è molto invitante così pieno di fiati diversi che si agitano in attesa della prossima metro. Mi porto dietro una sensazione di caldo e umidità sotto gli abiti che indosso dal mattino. Il vagone è affollato e la consuetudine mi spingerebbe a tuffare lo sguardo in un libro, un po' per proteggermi e un po' per evitare di deprimermi nel constatare che il grosso della popolazione vive dietro uno schermo microscopico.

Stavolta no, stavolta inizio a guardarmi intorno; gli unici che si comportano come me sono gli anziani, ma ci sono grosse differenze tra loro: sono una popolazione pensante e pulsante, piccoli e grossi mantici che popolano gli angoli di questo grande carrozzone che in Italia ci sforziamo di definire mezzi pubblici; le donne di solito hanno labbra disegnate e si guardano intorno con severità; gli uomini tendono ad essere meno attenti a quello che gli capita attorno ma non tutti hanno un'aria bonaria.

Accanto a me c'è un capannello di ragazzi, hanno in corso un dibattito, la ragazzina al centro dell'attenzione chiede cosa rispondere al gonzo di turno che spasima per lei in chat, si discute dell'importanza del punto fermo alla fine di una frase, a quanto pare mettere un punto alla fine di una risposta suona aggressivo e il suo lui su questo è un pochino suscettibile. Vicino a me un signore li guarda di tanto in tanto, affascinato e divertito da quello che gli accade intorno, ci misuriamo indovinando i pensieri e ai lati dei suoi occhi subito compaiono le rughe tipiche di una persona facile al sorriso. Manda un odore simile al legno delle travi misto alla salinità del mare d'inverno, inusuale eppure non mi disturba, le sue mani non sono nodose, ma hanno qualche macchia dovuta all'età e le unghie sono un po' spesse, con qualche imperfezione, sono unghie che parlano di lui, restiamo aggrappati allo stesso palo persi nei nostri pensieri.

Un anziano condivide con noi lo stesso appiglio, è più rotondo dell'altro, un lieve rossore sulle guance, vestito sui toni del marrone come quasi tutti i suoi coetanei, ha un paio di scarpe che hanno l'aria di essere parecchio comode; sul pavimento davanti l'uscita sta uno studente tutto capelli, che scribacchia su un'agenda posata sulle ginocchia. L'anziano tranquillo richiama la sua attenzione, lo avverte premuroso che dalla prossima fermata le porte si aprono dal suo lato e quello arruffato lo ringrazia mettendosi in piedi.

Nei sedili lungo il vagone, proprio vicino a noi, una ragazza si alza e scende portandosi dietro le sue cuffiette verde acido e la sua borsa capiente. Il signore che sorride si siede chiedendo «Sei stanca?», scuoto la testa di rimando aggiungendo: «Per carità, sono stata seduta tutto il giorno», lui è incuriosito e chiede «Università? Lavoro?» e io: «Un corso di formazione», alza un sopracciglio a chiedere di più e mi ripropone quelle rughe attorno agli occhi che sorridono al posto suo, allora continuo: «Sì, per poter poi lavorare», mi fa piccole domande spinto da un'indole socievole e si rallegra nel pensarmi in un futuro con un possibile lavoro sicuro, esprime con le mani che stringono le ginocchia i pensieri di una comunità di lavoratori che osserva il mondo cambiare con una nota di apprensione, ma non traduce in parole questi timori, forse per paura di frenare la mia voglia di fare; solo prima che scenda si premura di salutarmi con un «Buona fortuna!» senza negarmi l'inchino delle sue rughe.

Esco e mi sferza l'aria tagliente della sera, mi stringo nel bavero della giacca attorno al sorriso che mi accompagna fino all'auto, mi riscalda anche se le mani gelate faticano a trovare il buco della serratura, devo esercitarmi anch'io per guadagnare un po' di quelle rughe.

sabato 4 gennaio 2014

Pensiero notturno

Dormirò bene stanotte
ancora abbracciata
all'immagine di noi due
mani nelle mani
con fili invisibili
esplorare sotto le pelli
fino ai ventricoli,
divorarci famelici
per finire poi sazi
occhi negli occhi
a riconoscerci
ancora una volta.

Il viaggio verso casa
ha portato in auto
un pezzo di noi
vagamente riconosciuto
finché ho avuto
un muso amico
a cercarmi la mano,
ora qui sola
mi assale una gioia
che resta qui
e non smette
di cullarmi.