sabato 1 febbraio 2014

Il rosario

L'aria è così tersa a quest'ora e la luce che inizia a diffondersi non maschera le buche delle piogge sull'asfalto, l'umidità del mattino s'insinua sotto il cappotto e fa cigolare la stampella, il passo è quello spedito della massaia di altri tempi, molto da sbrigare e tanti pensieri tutti rivolti al nido. Solo che il nido è vuoto e il lutto è recente.

Le signore che come lei hanno tante primavere e d'improvviso perdono il marito nemmeno se lo ricordano che vuol dire tornare in una casa vuota, vivere in un posto senza nessuno nella stanza accanto, nel letto accanto, accanto nel letto. Di solito si risolvono a tirare avanti con serenità, a volte più a volte meno, portando sempre un lutto dignitoso.
Lei non è da meno, anche se si culla spesso nel ricordo di quel profondo amore simbiotico che la univa all'uomo che non c'è più; ed è così bella, elegantemente e maestosamente anziana, quando al mattino si lava e indossa sulle forme rotonde la sottoveste di seta avorio, ha una pelle da bambina e profuma sempre di quella meravigliosa crema rosa.

Come ogni mattina la meta è la chiesa in cima al paese, ma si fa sempre più fatica ad arrivarci: le gambe che un tempo correvano, andavano libere in bici e a cavallo non collaborano in modo perfetto, ma la testa è la stessa e quindi si arriva piuttosto in fretta e le donne più giovani non tengono il passo nell'accompagnarla.
La messa dei giorni feriali è intima, spirituale, semplice e antica; le anime del paese si raccolgono per dire il rosario con voci cantilenanti e alla fine si sciolgono dal lungo abbraccio della chiesa spoglia e tornano alle loro case.

Nel tragitto del ritorno le vedove si scambiano qualche confidenza e qualche parola cortese, spesso semplicemente camminano vicine e silenziose.
Oggi c'è Giuliana che è quasi una signorina, il marito l'ha perso molto tempo fa e il viso asciutto ha ancora poche rughe anche se i capelli sono già tutti bianchi; organizza il gruppo di preghiera prima di lasciare le altre per le commissioni della giornata.

Al pomeriggio le donne si vedono in casa di una di loro per riflettere e pensare ai propri cari, meditano e pregano per un figlio che ha perso il lavoro, una nipote che ha un esame difficile all'università, un parente che ha avuto qualche malattia e nell'intimità di questi circoli cercano di blandire una divinità che sin dall'infanzia è sempre sembrata troppo grande e difficile da capire, in questi momenti aprono i loro cuori e condividono gioie e pene. La dimensione familiare di questa preghiera così pura è tenuta in gran conto da tutto il paese e spesso gli abitanti chiedono alle signore del gruppo di intercedere per qualcuno, di pregare per un congiunto o per loro stessi; anche gli atei rispettano il loro benevolo meditare, come se sui destinatari potesse davvero spandersi un'aura protettiva; è così che le anziane ricoprono una funzione sociale insostituibile.

Quando infine si torna a casa, le pantofole sul pavimento lustro sembrano più comode e gli occhi scorrono lievi sulle foto di nipoti e pronipoti sopra al camino, il primo saluto va all'immagine del marito sul tavolo della sala; poi con movimenti metodici lascia il bollitore sul fornello acceso e rigira tra le mani la bustina del tè al bergamotto, taglia una fettina da un limone e la schiaccia sul fondo di un bicchiere insieme ad un paio di cucchiaini di zucchero, appena l'acqua accenna a bollire spegne e mette in infusione. Il citofono suona e alla porta c'è un nipote intirizzito che è passato per un saluto e un abbraccio, non rifiuta una tazza del tè appena fatto; il giovane si confida con la nonna e lei ascolta, capisce, fa domande e consiglia, insieme tuffano biscotti sottili che profumano di miele ripescandoli al volo col cucchiaino prima che il tè li ammorbidisca troppo.

Da fuori, un piccione sul tetto vicino osserva il chiarore che si spande dalla piccola cucina, non può capire la preziosità di quel microcosmo, ma noi sì.

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